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:::Recensione
del sito www.ondarock.it
(novembre 2004):::
Giungono
finalmente al debutto ufficiale i milanesi Kyrie; un primo cd
ufficiale che serve a fare il punto di una carriera iniziata
nel 1995 e sviluppatasi attraverso quattro demo-cd
auto-prodotti prima di questo "Quinto". Quasi tutti
i brani, infatti, sono versioni rivedute e corrette, tramite
uno scintillante lavoro di produzione e arrangiamento, di
canzoni già presenti sui quattro lavori precedenti.
All'insegna delle sonorità più classicamente "wave"
di inizio anni Ottanta, il gruppo capitanato da Piero
Sciortino (voce, chitarre e tastiere nonché responsabile di
musiche, testi e arrangiamenti) si fa notare per la
felicissima scrittura e scioltezza dei suoi brani, che hanno
come coordinate e numi tutelari i Cure - diciamo quelli di
"17 Seconds", soprattutto - e Franco Battiato, con
spruzzate qua e là di Ultravox, Sound e - diciamolo, visto
che di gruppo italiano si tratta - dei magnifici e purtroppo
lontanissimi "albori" di gruppi quali Diaframma e
Litfiba.
Rinverdiscono i fasti di quegli anni i Kyrie, senza mai
suonare troppo pesantemente citazionisti, epigonici e
soprattutto senza assolutamente apparire fuori dal tempo: la
loro è una musica piena di modernità e di energia. Sciortino
è songwriter di gran classe, anche se come cantante risulta
forse un po' monocorde e spesso poco incisivo: ma i suoi brani
brillano di luce propria. L'apertura affidata a "Lipsia,
1933" tra nostalgia e speranze (si parla di emigranti),
mette subito in risalto i punti forti dei Kyrie: l'estrema
eleganza e disinvoltura, segno di una personalità forte e di
sicurezza nei propri mezzi. "L'uomo macchina" (Kraftwerk
über alles) è uno dei loro pezzi più vitali e felici, oltre
a essere il loro più dichiarato omaggio a Battiato: ritmica
(alla batteria, sintetica e non, Renato Martinelli), liriche e
struttura rimandano inevitabilmente alla "Solitary
Beach" (con in più le chitarre di "Strani
Giorni") del cantautore siciliano.
"Caffè Viennese", languida, nebbiosa e raffinata,
è il capolavoro del gruppo, sopraffino esercizio di stile,
superbamente arrangiato e prodotto, esecuzione della band in
magico equilibrio tra una calda e coinvolgente passionalità e
l'aristocratico distacco del perfetto dandy new wave.
"Quello che non vedo" torna a premere invece
sull'acceleratore, con un ritmo gelido e sincopato à la Cure.
"Rifugi Culturali" e la lunga "Ritiro
Estivo" si perdono invece in un estetismo forse
eccessivo, in un certo compiacimento stilistico che smorza un
po' quella naturalezza che finora era stata l'arma migliore
del gruppo. Ma arriva per fortuna "Spazi bianchi come
nuvole", ariosa e malinconica composizione che mostra
anche come Piero Sciortino sia in possesso di un sopraffino
gusto pop (un pezzo questo che se fosse ben promosso potrebbe
diventare facilmente una hit). A marchiare a fuoco la
bellissima "Decadenze" sono, ovviamente, i decadenti
"mitteleuropei" per eccellenza: gli Ultravox (quelli
di brani come "New Europeans", soprattutto). L'altro
capolavoro del disco è "Nimloth Kirloth", una
meravigliosa fiaba carica di spleen (testo straripante di
citazioni tolkieniane), che rallenta i ritmi immergendosi in
un placido e soffuso arrangiamento da camera.
In chiusura gli undici minuti di "Abbandonandomi"
mostrano anche ambizioni compositive di portata ben più
ampia: la struttura tradizionale della canzone "dark-wave"
si dissolve lasciando spazio a un lungo intermezzo (meglio: un
requiem) per organo e archi (sintetizzati) che introduce alla
chiusura vera e propria: ed è una chiusura che lascia il
segno, straniante e angosciosa.
I Kyrie ripropongono un sound non originale, certo: i Kyrie
però hanno talento. Quello vero. Occhi aperti e puntati su di
loro. La new wave italiana esiste ancora ed è in gran forma.
Voto: 7/10
(Mauro Roma) www.ondarock.it
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